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“Per un ragazzo che non sempre vince, Grant Hill raramente sembra perdere.”
La storia di copertina di SLAM 7 riporta quella frase già in prima pagina. Le parole erano quanto mai vere quando uscirono, oltre vent'anni fa. Hill era appena stato nominato NBA Co-Rookie of the Year (condivise il premio con l'onnisciente Jason Kidd) e aveva da poco conquistato due titoli nazionali universitari. Già a 22 anni, la sua bacheca dei trofei era quasi piena. La serie di riconoscimenti vinti come All-American a Duke era una lista vertiginosa.
Sembrava che il gioco del basket stesso avesse sviluppato un cervello, un braccio e una mano per vedere come sarebbe stata la prossima evoluzione del gioco, salvo poi scegliere Hill per guidare la strada verso il futuro. L'ala piccola di 6-8 era intelligente sui libri e sul campo e più atletico di quasi chiunque nella League, toccato dal destino per riscrivere la definizione di possibilità sul parquet. Nascondeva sensibilità da playmaker nel suo corpo fuori misura, era molto più competitivo di quanto il suo sorriso accomodante lasciasse inizialmente intuire ed era stato forgiato nel fuoco del tour nazionale dei Blue Devils. L'intera League era sua da prendere.
Nel periodo in cui SLAM 7 fu presentata, Hill sembrava aver preso tutto in mano. Eseguiva con costanza un crossover alla Iverson che mandava chiunque gli stesse davanti a volare nella direzione sbagliata. A quei cross letali seguiva o un passaggio come un dardo a un compagno libero o una schiacciata rapida come un pogo stick, la cui ferocia non rispecchiava l'immagine pubblica da “bravo ragazzo” che Hill si era costruito. Era davvero un fenomeno.
Sebbene gravi infortuni abbiano fatto deragliare il meglio della sua carriera, non si può togliere a Hill il suo periodo a Detroit. Ha viaggiato a 22, 8 e 6 nelle sue sei stagioni con i Pistons. La citazione dalla storia di copertina di SLAM 7 era perfetta.
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