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Un calo del secondo anno non è mai stato in discussione per Dwyane Wade. Flash è tornato per il secondo anno con lo spettacolo da brivido ancora intatto, solo che ora c'erano un tiro da fuori letale e gli istinti difensivi ad accompagnarlo. Una volta conclusa quella stagione, la sua prima copertina di SLAM non era davvero in discussione.
Era entrato nella Lega con la classe del draft '03, lottando per l'attenzione contro il Prescelto, uno sconosciuto, un campione universitario e una lunga serie di nomi affermati del college — e perdendo per lo più quella battaglia. Gli scout lo criticavano perché sottodimensionato per una guardia, poi perché troppo grosso per fare il playmaker. Curioso: il draft combine non ha ancora nessun test che misuri il cuore. Wade avrebbe doppiato tutti in quella categoria.
L'arrivo di Shaquille O'Neal non lo ha fatto certo rimpicciolire. Wade guidava i Heat come un guardiano del fuoco dei tempi antichi, e quello che vedeva in quelle fiamme era il gioco — non solo il suo, ma tutto ciò che gli ruota attorno. Servizi fotografici, apparizioni pubbliche, obblighi con i media, eventi ufficiali della Lega e poi, alla fine di tutto questo, la partita vera e propria. Giocare quella parte è un'abilità che si impara. La parte in campo? Era tra i primi dieci della NBA in punti e assist durante quella seconda stagione.
Poi è uscito SLAM 87 e, non molto tempo dopo, ha portato i Heat a un titolo. Quell'esplosione nelle Finals del '06 è nata dalle braci della stagione precedente. Cadere sette volte, rialzarsi otto. Il suo nome ha iniziato a comparire accanto a parole come clutch, inarrestabile e Hall of Famer.
SLAM 87 è stato il punto di accensione.
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