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Jerry Stackhouse ha conquistato il titolo di MVP al McDonald's All American game del '93. Da sophomore ha guidato i North Carolina Tar Heels al Final Four del '95, è stato scelto con la terza chiamata assoluta al draft del '95 ed è entrato nell'All-Rookie First Team NBA del '96. Nel marzo del '01 è finito sulla copertina di SLAM 49 in. Nulla di tutto questo era scontato.
Un talento così, espresso al liceo, al college e nei primi anni della carriera da professionista, è arrivato vicinissimo a rimanere inespresso.
Philadelphia pensava di avere una pietra angolare della franchigia. Dopo poco più di due stagioni, se n'era già andato. Per sua stessa ammissione, all'epoca andava avanti a istinto, un ragazzo testardo convinto di non avere molto altro da imparare. Detroit gli ha affidato una reputazione da riparare. La maggior parte degli osservatori si aspettava una guardia tiratrice troppo sicura di sé che sarebbe finita ai ferri corti con Grant Hill, la stella dei Pistons. Invece la reputazione è stata scossa, poi gomidata e schiacciata in faccia. Stack ha messo a referto una media di 23 punti a partita, allora il suo massimo in carriera, nella prima stagione nella Motor City, ha giocato al fianco di Hill e ha contribuito a spingere Detroit nei playoff. Hill se n'è andato quell'estate, lasciando un vuoto delle dimensioni di un superstar. Stackhouse lo ha riempito con entusiasmo.
La seconda stagione a Detroit è stata la sua migliore da professionista: ha guidato la Lega nel totale dei punti, è arrivato secondo nella media punti a partita con 29,8 e ha fatto parte dell'All-Star team. Crescendo, in pubblico. La copertina del numero 49 si legge come un urlo stampato sulla carta: "STACK WON'T QUIT".
Non si è fermato. Dopo quell'avvio difficile ha raddrizzato la rotta e ha continuato: 18 stagioni da giocatore, poi 11 stagioni e ancora in corso da allenatore, tutto costruito su ciò che ha sistemato a Detroit.
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